“Lì ci troverai i ladri gli assassini/
e il tipo strano/
quello che ha venduto per tremila lire/
sua madre a un nano”

(La città vecchia)

Me lo immagino Fabrizio de Andrè, mentre legge le vagonate di insulti rovesciate sulla nipote Francesca, protagonista dell’ultima edizione del Grande Fratello. Me lo immagino dispiaciuto, questo si, per sentire il nome della propria famiglia tirato in mezzo a polemiche di nessuno spessore.
Dispiaciuto e niente più, di certo non si sognerebbe di additare su pubblica piazza la giovane nipote colpevole, si fa per dire, di aver scelto la sua particolare strada e di portare un cognome pesantissimo.

“Ma c’è amore un po’ per tutti/
e tutti quanti hanno un amore/
sulla cattiva strada”.

(La cattiva strada)

Fabrizio de Andrè, nei suoi testi, non ha mai condannato nessuno a morte, pieno com’era di una cristianità laica che faceva del perdono e della pietà il suo carattere principale. La nipote Francesca, che all’interno della Casa ha messo in piazza i problemi con il padre Cristiano (“ci vediamo in tribunale, bello” è stata la sua risposta alle accuse del genitore), e si è sottoposta al poco dignitoso esercizio di lavare i panni sporchi in piazza, con i tradimenti commessi e subiti che stanno riempiendo le pagine dei siti dedicati al gossip.

“Se avete preso per buone/
le verità della televisione/
anche se allora vi siete assolti/
siete lo stesso coinvolti”.

(Canzone del maggio)

Fabrizio de Andrè non credeva alla televisione, al linguaggio per definizione finto, esagerato e sguaiato che propone quotidianamente.
“La televisione è come la storia: c’è chi la subisce e chi la fa”, la citazione è dello stesso Faber e racconta perfettamente quello che sarebbe stato il suo pensiero. In questa triste vicenda, le due componenti sono sullo stesso piano ed entrambe sono vittime.
La nipote Francesca, che ha scelto la sua “cattiva strada” e continua a percorrerla e chi è dall’altra parte dello schermo, che ha scelto di subire lo squallido spettacolo della cosiddetta tv spazzatura.

“Se non sono gigli/
son pur sempre figli/
vittime di questo mondo”

(La città vecchia)

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